«Più di tutti, nero, nero, quel vicolo di Donnalbina, con due ruscelli di acque sudicie, con monticelli di immondizie qua e là raccolti, e dove sparsi; nero, non solo per la sua tetraggine naturale, per la sua sporcizia, ma nero anche per l’alta muraglia del monastero di Donnalbina». Il vicolo «nero nero» che sorge nel dedalo forse più cupo e tetro del centro storico è quello che ha ispirato uno dei racconti più suggestivi delle «Leggende metropolitane» di Matilde Serao. La celebre scrittrice e giornalista napoletana scrisse «Donn’Albina, Donna Regina e Donna Romita» nel 1880. A quell’epoca - le «Leggende» furono pubblicate nel 1881 - la futura fondatrice del Mattino abitava in piazzetta Ecce Homo, a poca distanza da quella strada ancora oggi ricca di fascino e di mistero dove lavoravano gli artigiani dei mobili, gli scultori e i pittori dei santi. Napoli è una città in cui, dalla sirena Partenope in poi, anche le favole danno il nome ai luoghi. Sulle origini di via Donnalbina le leggende sono addirittura due. Nel racconto della Serao, Donn’Albina, Donna Regina e Donna Romita erano le tre figlie del barone Toraldo, nobile del Sedile di Nilo vissuto ai tempi del re Roberto d’Angiò. Le tre sorelle di casa Toraldo erano innamorate, suprema sventura, dello stesso uomo, don Filippo Capece, «un cavaliere di nobil sangue bello e dovizioso». Non essendone riamate, le tre fanciulle si fecero monache fondando ciascuna un convento con i rispettivi nomi: Donn’Albina, Donna Romita, Donna Regina. Dal convento di Donn’Albina nacque il toponimo. La storia ce la racconta in tutt’altro modo Gennaro Aspreno Galante, nella sua preziosa «Guida sacra di Napoli». Questa seconda leggenda è più antica: Galante cita una fonte letteraria addirittura del 300, la «Cronaca napoletana» di Giovanni Villano. Ecco come sarebbero andate le cose: tre fratelli, Pietro, Avolio e Albino, avrebbero costruito in epoca romana, in questa antica strada, tre torri. Dal più famoso dei tre, Albino, avrebbe preso il nome la strada. Miti, leggende. Tra tanti dubbi e fantasie sappiamo per certo che un monastero esisteva in questa zona già nei primi anni del IX secolo, quando Euprassia, figlia del duca di Napoli, vi si ritirò con altre vergini ricevendo il velo. Nel monastero di Donnalbina, parecchi secoli più tardi, il cardinale Alfonso Carafa vi fece trasferire le monache benedettine provenienti da due monasteri andati distrutti: Sant’Agnello al Cerriglio e Sant’Agata a Mezzocannone. Per molti secoli, le reliquie portate in via Donnalbina dalle religiose contribuirono ad alimentare l’alone di mistero e di leggenda che già gravava sul complesso monastico e su quel vicolo scuro scuro. Il bastone e la gruccia di Sant’Agnello. Una mammella di Sant’Agata. Un osso della coscia di sant’Arsenio. Una spina della corona di Cristo. Un braccio di san Sebastiano. Un pezzo di grasso di San Lorenzo. Tutto perduto, tutto distrutto. Il monastero medioevale oggi non esiste più. Sulle sue macerie è sorta nel Seicento l’attuale chiesa di Santa Maria Donnalbina, più volte restaurata, più volte danneggiata: dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale al terremoto del 1980. Numerosi i tesori d’arte rimasti a lungo chiusi a chiave. Dal monumento funebre del musicista Giovanni Paisiello a un gruppo di tele e decorazioni marmoree. E poi dipinti, stucchi, intarsi, portali di piperno. E una statua lignea settecentesca raffigurante l’Immacolata, che fu posta in una nicchia realizzata a bella posta (trasformazione che non piacque a Benedetto Croce, che dalle pagine di Napoli nobilissima, con lo pseudonimo di Don Fastidio, la definì «qualche cosa tra l’ostrica di Mucchitello e il gelato alla crema»). Dal 1942 l’intero complesso conventuale è stato affidato all’Istituto dei Figli della Provvidenza di Don Orione. La strada tanto cara a Matilde Serao è oggi sede di iniziative a favore di portatori di handicap fisici e psichici. Nulla rimane dell’antica chiesa, se non l’eco lontana di antiche leggende. Come quella ambientata a pochi metri dall’ex monastero, e che ha per teatro un palazzo del Seicento che fu a suo tempo, come riportano alcune cronache, «affatturato». Ancora oggi c’è chi sostiene che sulla parete di una stanza, al civico 56, compaia un’immagine del Diavolo che nessuna passata di calce, nessuna tinteggiatura, insomma nessun imbianchino riesce a cancellare. L’immagine riaffiorerebbe ogni volta più chiara. Custodi del loro segreto, gli abitanti della strada smentiscono infastiditi, e l’ingresso dell’appartamento «posseduto» è off-limits per i curiosi. Un’altra leggenda - stesso dedalo misterioso e cupo, un’altra stradina «nera nera» - circonda palazzo Penne in piazzetta Teodoro Monticelli, a poca distanza da via Donnalbina e dal Pendino di Santa Barbara. Fatto costruire nel 1409 dal nobile Antonio da Penne, segretario e consigliere di Ladislao Il Magnanimo, re di Napoli (1377–1414), viene ancora oggi ricordato come «il palazzo del demonio». Per quale motivo? La costruzione stessa del palazzo sarebbe il frutto di un patto col diavolo. Contratto dal nobile Penne per amore di una stupenda ragazza che, non accontentandosi della ricca dote del suo spasimante, gli chiese «quale pegno d’amore e dono di nozze» nientemeno che un meraviglioso palazzo nel cuore di Napoli. In cambio del suo aiuto, il diavolo-muratore pretese l’anima del committente innamorato. E continuerebbe a nascondersi in un pozzo scavato nelle viscere di palazzo Penne. Maligno genius loci: l’anima nera del quartiere di Donnalbina. Tra queste viuzze si trovava anche una celebre osteria napoletana, forse la più celebre di tutte: la Taverna del Cerriglio. Citata da autori come Giovambattista Basile e Giambattista Della Porta e famosa per le notti a base di vino, coltelli e prostitute (celebri quelle che «esercitavano» in Rua Catalana), con un episodio di cronaca nera che fece scalpore: la coltellata che nel corso di una delle tante risse ferì gravemente un avventore illustre, il Caravaggio. Fino a tutto l’Ottocento il Cerriglio fu teatro di notti folli e intrighi che ancora vivono nella memoria collettiva di questo pezzo di città: poi la celebre osteria fu ingoiata dagli interventi urbanistici del Risanamento, che hanno bonificato la zona per creare il Rettifilo. Cancellando per sempre i versi riportati sul portone d’ingresso della bettola del Cerriglio: «Magnammo, amice mieje, e po’ vevimmo, nfino ca stace ll’uoglio a la lucerna: chi sa’ si all’auto munno nce vedimmo! Chi sa’ si all’auto munno nc’è taverna!»

L'interno della chiesa di Santa Maria Donnalbina
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