La fontana rotta di Thomas Belmonte
Maurizio Braucci è uno di quegli scrittori per i quali, per parafrasare von Clausewitz, la letteratura è la prosecuzione dell’impegno sociale con altri mezzi. La sua attività di narratore - Il mare guasto e Una barca di uomini perfetti (entrambi per e/o) - rimanda senza soluzione di continuità alla sua intensa promozione di laboratori nei luoghi della marginalità - scuole della periferia Nord e Est di Napoli, soprattutto - e di progetti socioculturali per adolescenti a rischio. Non a caso è stato tra gli sceneggiatori di «Gomorra» di Matteo Garrone e nei giorni scorsi è stato nel carcere di Volterra, chiamato da Armando Punzo, fondatore e direttore della Compagnia della Fortezza, nata venti anni fa all’interno del penitenziario, per collaborare alla drammaturgia di «Pinocchio», spettacolo andato in scena al Festival di Volterra (dal 21 al 26 luglio). E non a caso sta lavorando attualmente con la fumettista bolognese Francesca Ghermandi, in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania, a una storia da diffondere nelle scuole per sensibilizzare giovani e adulti sulla diffusione della cocaina tra i minori. La sua Napoli, quella che Braucci racconta e nella quale lavora, è la Napoli del sottoproletariato urbano, della microcriminalità e del disagio delle periferie. Una città povera che lo scrittore ha imparato a decifrare anche grazie a un libro poco noto e quasi dimenticato: La fontana rotta di Thomas Belmonte, pubblicato nel 1979 e uscito per la prima volta in Italia solo nel 1997 da Meltemi. Braucci, perché è necessario leggere «La fontana rotta» per capire Napoli? «Prima di tutto perché ci offre uno sguardo esterno sulla città e dunque ci aiuta a vincere l’idea che ciò che è napoletano debba essere raccontato necessariamente solo dai napoletani, per un nostro assurdo egocentrismo che si trasforma spesso in autoghettizzazione. Belmonte era un antropologo newyorkese di origini italiane che ha vissuto a Napoli dal 1974 al 1976, per lavorare a una ricerca sui poveri. Erano gli anni del colera e del proletariato, e lui è entrato nelle famiglie povere di Napoli, ha vissuto nei quartieri degradati, ha frequentato fino alla complicità i ragazzi marginali, si è immerso totalmente, cioè, nella povertà della città, per poterla raccontare, facendo ricerca sul campo». Che tipo di sguardo posa l’autore sulla città? «È uno sguardo da antropologo, che non rinuncia però al senso di pietà. Questa duplicità di sguardo, che produce una forma spuria, in parte saggistica in parte narrativa, fa della Fontana rotta un libro straordinario, benché per certi aspetti datato, perché nel frattempo è avvenuta la grande mutazione provocata dalla globalizzazione e dalla modernità, per cui quei poveri che lui racconta oggi non sono più miserabili, anche se nelle periferie ancora restano delle condizioni di miseria scandalose. E tuttavia nel libro si trovano delle argutissime notazioni ancora illuminanti per comprendere la città e le sue caratteristiche culturali, come la sua contestazione del ruolo della famiglia, della quale sottolinea il ruolo spesso opprimente e ostacolante, o l’intuizione che per il popolo napoletano il senso della vergogna è spesso più forte di quello della morale. Tra l’altro Belmonte aveva in progetto di continuare la sua ricerca, perché aveva capito che per studiare fino in fondo la povertà di Napoli doveva rivolgere la sua analisi anche ai ricchi, perché ricchi e poveri sono due facce della stessa medaglia. Ma poi la sua morte, avvenuta per Aids nel ’95, ha lasciato incompiuto il progetto». In che modo questo libro può rivelarci Napoli? «Può chiarire degli aspetti sulla disperata creatività del popolo napoletano, sulla cultura della povertà, con le sue ritualizzazioni, la sua lingua. C’è in particolare un capitolo finale dove Belmonte indica nel quadro ”Lo storpio” di Ribera la metafora perfetta della città. Nel sorriso soave del ragazzino mendicante identifica l’immagine del ”guaritore ferito”, un concetto che Belmonte elabora per Napoli, per la sua capacità di prospettare vie di fuga nonostante o proprio attraverso le sue ferite e le sue disgrazie, di alleviare la sofferenza attraverso un’illuminazione interiore. Il guaritore ferito è dunque colui che si fa immagine di una sofferenza, senza però cedervi, proprio come lo storpio di Ribera, che incarna lo spirito di un popolo. Non a caso le grandi arti napoletane sono quelle che provengono dalla cultura popolare: il teatro e la canzone». Napoli è dunque una città che espone agli altri i suoi mali, le sue ferite? «È una città che spesso offre le sue storture affinché se ne parli e tutti le riconoscano come anche proprie. Prendiamo la questione dei rifiuti e della criminalità, ad esempio: guai a pensare che riguardino solo Napoli. La città li ha semplicemente portati alla luce, laddove altrove sono celati. Anche in questo caso Napoli racconta i suoi problemi per tutti. A Cannes, quando è stato proiettato ”Gomorra”, i francesi che l’hanno visto e ne hanno parlato erano ben consapevoli che quelle dinamiche, quelle situazioni che il film descrive, a parte alcune connotazioni locali e i linguaggi diversi, appartengono alla periferia di qualsiasi altra metropoli. Il problema, però, è che spesso noi stessi siamo così napolicentrici che per primi non ci rendiamo conto del fatto che i mali della città hanno forme locali ma contenuti universali».

Thomas Belmonte la fontana rotta

















