Sviluppi positivi a Pompei

Posted on August 14th, 2008 in Musei di Napoli, Turismo a Napoli by Cane Ugo

Apriranno ai turisti 19 domus pompeiane tra cui la Casa dei Vettii, Casa di Meandro e il Lupanare. Quattordici sono già restaurate, altre cinque saranno presto completate. La carenza di custodi ne aveva impedito la riapertura. È un altro passo avanti verso il rilancio avviato dal prefetto Renato Profili, nominato commissario straordinario di Pompei dal ministro per i Beni Culturali Sandro Bondi.

Domus e guide
«Stiamo facendo molti sforzi per restituire agli Scavi un’immagine positiva. Ma quando aprirò queste dimore a voi spetterà il compito di portare in visita i turisti» è l’mpegno che Profili ha preteso dalle Guide ieri  mattina, illustrando alla categoria le disposizioni studiate per regolamentarne lavoro.

I gazebo
Per rimediare alle accuse di metodi poco ortodossi per accaparrarsi i gruppi di visitatori, da ieri, davanti ai tre ingressi degli scavi, sono comparsi altrettanti gazebo con lo stemma del Comune di Pompei, dove i turisti possono rivolgersi per prenotare una guida.

Fontanine e toilette
Profili ha inaugurato ieri 17 fontanine e 14 servizi igienici nella cinta degli scavi archeologici. Erano le principali carenze lamentate dai visitatori per i quali, durante le trascorse giornate di gran caldo, era stato necessario mobilitare la protezione civile che ha provveduto a distribuire bottigline di acqua minerale.

Impianto antincendio
L’impianto c’è, ma non era funzionante.  L’impianto antincendi è uno dei servizi che il commissario Profili ha deciso di rendere subito efficiente. Con circa 2 milioni e mezzo di visitatori l’anno non si può pensare di rimediare a un eventuale rogo facendo uso delle appena inaugurate fontanine.

Cani pompeiani
Sono una centinaio i cani che vivono tra le rovine di Pompei. Alcuni sono aggressivi. Altri si avvicinano senza alcun timore agli estranei e mentre si sta fermi ad ammirare un muro dipinto (e purtroppo lasciato alle intemperie a scolorire) comincia a leccarti i piedi. Per risolvere il problema del randagismo, Profili ha contattato l’Asl Napoli 5 competente per territorio che, dopo Ferragosto, provvederà ad affidare in custodia gli animali aggressivi. Poi avvierà una campagna di sterilizzazione dei più mansueti. Infine, in collaborazione con le associazioni degli animalisti, si cercheranno dei padroni per i “cani pompeiani”.

Ristoranti
Il commissario Profili sta mettendo a punto il bando di gara per dare in gestione la “Casina dell’Aquila”. Saranno presto due i punti di ristorazione attivi negli scavi. Ma chi avrà in gestione un servizio non potrà averne anche un secondo per evitare monopoli.

Chiesa di San Paolino
La Chiesa di San Paolino, all’interno degli scavi, sarà riaperta al culto. In collaborazione con l’arcivescovo del Santuario di Pompei, Carlo Liberato, è stata finalmente restituita alla fruizione dei fedeli la chiesa ristrutturata ma rimasta chiusa perché si trovava al centro di un cantiere.  È stato studiato un percorso che consente a tutti, non solo ai turisti che hanno pagato il biglietto d’ingresso agli scavi, di poter entrare nel luogo sacro per partecipare alle funzioni religiose.

Affresco a Pompei

Affresco a Pompei

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La fontana rotta di Thomas Belmonte

Posted on August 13th, 2008 in Libri su Napoli, Parole su Napoli by Cane Ugo

Maurizio Braucci è uno di quegli scrittori per i quali, per parafrasare von Clausewitz, la letteratura è la prosecuzione dell’impegno sociale con altri mezzi. La sua attività di narratore - Il mare guasto e Una barca di uomini perfetti (entrambi per e/o) - rimanda senza soluzione di continuità alla sua intensa promozione di laboratori nei luoghi della marginalità - scuole della periferia Nord e Est di Napoli, soprattutto - e di progetti socioculturali per adolescenti a rischio. Non a caso è stato tra gli sceneggiatori di «Gomorra» di Matteo Garrone e nei giorni scorsi è stato nel carcere di Volterra, chiamato da Armando Punzo, fondatore e direttore della Compagnia della Fortezza, nata venti anni fa all’interno del penitenziario, per collaborare alla drammaturgia di «Pinocchio», spettacolo andato in scena al Festival di Volterra (dal 21 al 26 luglio). E non a caso sta lavorando attualmente con la fumettista bolognese Francesca Ghermandi, in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania, a una storia da diffondere nelle scuole per sensibilizzare giovani e adulti sulla diffusione della cocaina tra i minori. La sua Napoli, quella che Braucci racconta e nella quale lavora, è la Napoli del sottoproletariato urbano, della microcriminalità e del disagio delle periferie. Una città povera che lo scrittore ha imparato a decifrare anche grazie a un libro poco noto e quasi dimenticato: La fontana rotta di Thomas Belmonte, pubblicato nel 1979 e uscito per la prima volta in Italia solo nel 1997 da Meltemi. Braucci, perché è necessario leggere «La fontana rotta» per capire Napoli? «Prima di tutto perché ci offre uno sguardo esterno sulla città e dunque ci aiuta a vincere l’idea che ciò che è napoletano debba essere raccontato necessariamente solo dai napoletani, per un nostro assurdo egocentrismo che si trasforma spesso in autoghettizzazione. Belmonte era un antropologo newyorkese di origini italiane che ha vissuto a Napoli dal 1974 al 1976, per lavorare a una ricerca sui poveri. Erano gli anni del colera e del proletariato, e lui è entrato nelle famiglie povere di Napoli, ha vissuto nei quartieri degradati, ha frequentato fino alla complicità i ragazzi marginali, si è immerso totalmente, cioè, nella povertà della città, per poterla raccontare, facendo ricerca sul campo». Che tipo di sguardo posa l’autore sulla città? «È uno sguardo da antropologo, che non rinuncia però al senso di pietà. Questa duplicità di sguardo, che produce una forma spuria, in parte saggistica in parte narrativa, fa della Fontana rotta un libro straordinario, benché per certi aspetti datato, perché nel frattempo è avvenuta la grande mutazione provocata dalla globalizzazione e dalla modernità, per cui quei poveri che lui racconta oggi non sono più miserabili, anche se nelle periferie ancora restano delle condizioni di miseria scandalose. E tuttavia nel libro si trovano delle argutissime notazioni ancora illuminanti per comprendere la città e le sue caratteristiche culturali, come la sua contestazione del ruolo della famiglia, della quale sottolinea il ruolo spesso opprimente e ostacolante, o l’intuizione che per il popolo napoletano il senso della vergogna è spesso più forte di quello della morale. Tra l’altro Belmonte aveva in progetto di continuare la sua ricerca, perché aveva capito che per studiare fino in fondo la povertà di Napoli doveva rivolgere la sua analisi anche ai ricchi, perché ricchi e poveri sono due facce della stessa medaglia. Ma poi la sua morte, avvenuta per Aids nel ’95, ha lasciato incompiuto il progetto». In che modo questo libro può rivelarci Napoli? «Può chiarire degli aspetti sulla disperata creatività del popolo napoletano, sulla cultura della povertà, con le sue ritualizzazioni, la sua lingua. C’è in particolare un capitolo finale dove Belmonte indica nel quadro ”Lo storpio” di Ribera la metafora perfetta della città. Nel sorriso soave del ragazzino mendicante identifica l’immagine del ”guaritore ferito”, un concetto che Belmonte elabora per Napoli, per la sua capacità di prospettare vie di fuga nonostante o proprio attraverso le sue ferite e le sue disgrazie, di alleviare la sofferenza attraverso un’illuminazione interiore. Il guaritore ferito è dunque colui che si fa immagine di una sofferenza, senza però cedervi, proprio come lo storpio di Ribera, che incarna lo spirito di un popolo. Non a caso le grandi arti napoletane sono quelle che provengono dalla cultura popolare: il teatro e la canzone». Napoli è dunque una città che espone agli altri i suoi mali, le sue ferite? «È una città che spesso offre le sue storture affinché se ne parli e tutti le riconoscano come anche proprie. Prendiamo la questione dei rifiuti e della criminalità, ad esempio: guai a pensare che riguardino solo Napoli. La città li ha semplicemente portati alla luce, laddove altrove sono celati. Anche in questo caso Napoli racconta i suoi problemi per tutti. A Cannes, quando è stato proiettato ”Gomorra”, i francesi che l’hanno visto e ne hanno parlato erano ben consapevoli che quelle dinamiche, quelle situazioni che il film descrive, a parte alcune connotazioni locali e i linguaggi diversi, appartengono alla periferia di qualsiasi altra metropoli. Il problema, però, è che spesso noi stessi siamo così napolicentrici che per primi non ci rendiamo conto del fatto che i mali della città hanno forme locali ma contenuti universali».

Thomas Belmonte la fontana rotta

Thomas Belmonte la fontana rotta

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Ferito a morte, l’unico libro borghese mai scritto a Napoli

Posted on August 5th, 2008 in , Libri su Napoli, Parole su Napoli by Cane Ugo

Una folgorazione. Così Antonio Franchini definisce il suo incontro con il libro che gli ha fatto scoprire Napoli e, forse, prefigurare anche il suo destino di intellettuale emigrante. La prima volta che lesse Ferito a morte di Raffaele La Capria, nel 1978, per lui allora ventenne già in procinto di lasciare Napoli per coltivare altrove la sua vocazione letteraria, ci fu la rivelazione. Come se la metafora della Grande Occasione Mancata narrata nel romanzo si fosse in qualche modo materializzata nella presa d’atto dell’incontro fallito - o solo rimandato - fra un’intera generazione e la propria città. Autore di libri che sfuggono a ogni catalogazione di genere, sempre in bilico tra reportage, saggistica e narrativa - come L’abusivo, Cronaca della fine e Acqua, sudore, ghiaccio (tutti editi da Marsilio) o Gladiatori (Mondadori) - Franchini ha lasciato la sua Napoli, proprio come il protagonista di Ferito a morte, nel 1981, ventisettenne, per approdare a Milano, dove ancora oggi vive e lavora come editor della narrativa italiana di Mondadori. C’è, dunque, il suo sigillo sugli ultimi casi letterari nazionali, e non solo, come Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, Gomorra di Roberto Saviano e il recente Premio Strega La solitudine dei numeri primi del giovane Paolo Giordano. Franchini, quale Napoli le ha svelato «Ferito a morte»? «Innanzitutto mi ha fatto capire che Napoli poteva essere un nobile tema di letteratura. Oggi sembrerebbe scontato, considerata l’iperesposizione letteraria di Napoli, la mole enorme di libri che si scrivono dalla e sulla città. Non c’è mai stata, infatti, come ora una produzione così ricca e anche territorialmente così ampia, che da Napoli si allarga alla periferia e alle province. Oggi si scrive anche di Caserta e di Salerno, non solo di Napoli. Lo stesso Gomorra è in fondo un libro campano. Ma quando ero ragazzo io negli anni Settanta la situazione era molto diversa». Perché, che ricordo ha di quegli anni Settanta a Napoli? «Era una città piuttosto opaca, ma con un gusto letterario evoluto e una vivacità intellettuale ricca e articolata. Paradossalmente, si può dire anzi che la generazione formatasi negli anni Cinquanta era letterariamente meno colta della nostra. I nostri erano anni di grande fervore teorico. Ricordo un livello di partecipazione alto. Molti dei miei compagni di facoltà erano fortemente motivati, con una grande curiosità, ma era una curiosità intellettuale, poco focalizzata sul territorio, priva di una presa solida sulla realtà circostante. La mia generazione, sia per formazione sia per Dna, tendeva a guardare fuori dai propri confini locali. Nessuno di noi, anche tra quelli che poi avrebbero costruito la propria identità di scrittore raccontando la città, come il mio amico e coetaneo Pino Montesano, ad esempio, all’epoca avrebbe mai preso in considerazione l’idea di leggere o scrivere di Napoli. Avevamo gli occhi puntati su Parigi, su San Pietroburgo, piuttosto che sulla nostra città. Eravamo ventenni non radicati, totalmente internazionalizzati. Per questo quando ho letto il romanzo di La Capria sono rimasto folgorato. Ho scoperto che si poteva scrivere di Napoli in maniera moderna, alla maniera di Joyce o Virginia Woolf, senza scadere nel folclore». Eppure gli anni Settanta erano anni in cui il genere romanzo veniva contestato e inoltre la Napoli di «Ferito a morte», pubblicato nel 1961, era fortemente connotata in senso borghese. «Sì, ma io all’epoca non percepivo il libro come la voce di una certa Napoli. La città altoborghese e posillipina di Ferito a morte per me era la città nella sua interezza, a conferma della grande forza di rappresentazione, totalizzante, che la città assume nel libro. Anzi, a pensarci adesso, che Ferito a morte fosse il romanzo della Napoli borghese era un merito in più, non un ostacolo. Perché in fondo la Napoli folcloristica che noi rifiutavamo coincideva con la Napoli popolare. Che Matilde Serao fosse una scrittrice importante è stata un’acquisizione successiva. E il fatto che La Capria per la prima volta raccontasse la borghesia apriva una finestra su un mondo finora mai rappresentato. Avevamo sempre considerato la borghesia napoletana imbelle, incapace, insulsa. Ed ecco che invece diventava tema da romanzo». C’è un aspetto della città in «Ferito a morte» che l’ha colpita particolarmente? «La rappresentazione della Napoli marina, con la Posillipo balneabile, e la sua infinita teoria di ville sul mare, come villa Peirce, gli stabilimenti di Villa Martinelli e, naturalmente, Palazzo Donn’Anna. È stata la riappropriazione di un pezzo di paesaggio. Bisogna considerare, infatti, che negli anni Settanta il mare di Napoli era particolarmente inquinato e dunque non ci apparteneva. Sì, a volte, con un gruppetto di amici avevo l’abitudine di prendere una barchetta a remi, ma per l’epoca era una cosa un po’ eccentrica. A mare si andava a sud o a nord di Napoli. Ecco perché quelle descrizioni di giornate marine, la pesca subacquea, il rapporto diretto con il mare ci affascinavano». Resta, secondo lei, un romanzo imprescindibile per scoprire o riscoprire Napoli? «Assolutamente sì, come lo sono Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, in particolare il capitolo del ”Silenzio della ragione” che allora ci fece scoprire che Napoli aveva avuto anche degli intellettuali. E Mistero napoletano di Ermanno Rea. Sono tre modelli che hanno fatto scuola e che continuano ancora oggi a influenzare il nostro sguardo sulla città».

Palazzo Donn'Anna, Posillipo


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Vivara, riapertura (sospirata) a breve

Posted on August 3rd, 2008 in , Parole su Napoli, Turismo a Napoli by Cane Ugo

Per accedere a Vivara bisogna superare tre cancellate: la prima sulla collina di Santa Margherita; la seconda sull’accesso al ponte che la collega a Procida; la terza all’ingresso dell’isolotto, situata sotto la Casa del Caporale. Ieri i tre cancelli sono stati aperti: La ragione ufficiale è stato un sopralluogo in vista dei lavori finanziati dalla Provincia che interesseranno il recupero del piazzale antistante l’ingresso. In realtà un gesto simbolico per sottolineare la volontà di giungere al più presto a una intesa tra i vari soggetti interessati al fine di rendere finalmente visitabile l’isolotto. Il dottor Mariano Cascone spiega: «Finora tutto si era bloccato per un contenzioso sorto con la Regione che aveva tenuto in fitto l’isolotto fino al 2004. Visto che quest’ultima non aveva intenzione di rinnovare il contratto, prima di inoltrarci nella trattativa con altri soggetti istituzionali, abbiamo dovuto procedere a un sopralluogo tecnico preventivo per l’accertamento ufficiale dello stato dei luoghi. Concluso qualche mese fa questo necessario iter burocratico e amministrativo, tutto è ora pronto per un nuovo fitto che, non dimentichiamolo, per noi è indispensabile per portare avanti i fini istituzionali dell’ente, cioè la cura, l’assistenza e il ricovero dei malati poveri di Procida». La nuova soluzione che si delinea per la gestione dell’isolotto è quella di un’intesa tra Comitato di riserva e Comune di Procida, supportata dalla Provincia. Si parla di un canone di 120mila euro all’anno. Dice l’assessore provinciale Francesco Borrelli: «Abbiamo già stanziato una quantità di fondi per la riqualificazione di Vivara. Negli anni scorsi la Provincia non è riuscita a spenderli proprio a causa dell’incertezza gestionale dell’isolotto. Non escludo che una volta partito il progetto anche la Provincia possa entrare direttamente nel comitato gestore». Il presidente della riserva Maurizio Marinella non nasconde il suo ottimismo: «Il nodo Vivara sarà sciolto a breve. Forse si poteva fare prima, ma il tempo non è trascorso invano. Il comitato di riserva, infatti, si è già dotato di una propria struttura operativa, ha approvato una programmazione economico - finanziaria. Tutti strumenti indispensabili per agire presto, bene e concretamente. Mi batterò che la riserva possa essere riaperta già entro il 2008». Intanto, il sopralluogo di ieri ha mostrato un degrado avvilente del territorio vivarese. Mentre il patrimonio flogistico resiste, grazie anche alle cure periodiche del corpo forestale e dei volontari procidani della Protezione civile di Antonio Meglio, le antiche strutture - la Casa del Caporale, la Vaccheria, la Casa Padronale con la caratteristica Cappella del 700, il vecchio frantoio - sono cadenti e fatiscenti. Estremamente degradato lo scavo miceneo di Punta d’Alaca. Spine, terriccio, fogliame, hanno di fatto sepolto i teloni e le strutture protettive e con esse le testimonianze risalenti al periodo del Bronzo Antico, verso gli inizi del XVII secolo avanti Cristo. Roberto Gabriele, presidente dell’Associazione Vivara, ha partecipato all’apertura dei cancelli dell’isolotto: «È un segnale di speranza o la solita illusione destinata poi a trasformarsi in una terribile delusione? Mi auguro che si faccia presto. Vivara è veramente un tesoro che rischia di sciuparsi. Non è giusto che la gente non possa goderlo ed apprezzarlo».

Anche Vivara può essere visitata facilmente dal nostro bed and breakfast a Napoli

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