Il cuore oscuro dell’Ottocento
Al di sopra dei gradini di Santa Lucia al Monte, scavati nel seno stesso della montagna, ecco le catacombe, le spelonche nelle quali vivono numerose famiglie affamate e cenciose. Sono le «grotte degli Spagari», dette così perchè gli abitanti vi esercitano il mestiere di torcere lo spago dalla canapa. «È d’uopo che le infelici spagare lavorino diciotto ore al giorno per arrivare a torcere cinquanta matasse di spago e lucrare quindici grana». E in questa topaia bisogna pure pagare l’affitto: «La pigione in Napoli, ecco una delle piaghe più dolorose. Lo spietato proprietario, esoso vampiro, sugge il sangue degli infelici, e rizza palagi, e impingua le sue arche, e siede a festosi banchetti, e gitta la seta e l’oro addosso a impudiche danzatrici». Stile enfatico a parte, resta possente la descrizione di Francesco Mastriani dei bassifondi urbani di una città, Napoli, che produrrà ancora, centocinquant’anni dopo (questo brano tratto da I Vermi è del 1868), un libro come Gomorra. E la cruda descrizione di un delitto nelle carceri della Vicaria (I misteri di Napoli, 1870) ha i lividi colori di un reportage giornalistico su un ammazzamento di camorra. Tutto l’orrorifico repertorio del macabro, del mostruoso, del proibito, trova in Napoli un habitat naturale e la designa, unica tra le altre città italiane, a raccogliere l’eredità del feuilleton, genere che dilagherà in Europa dopo il clamoroso successo de I Misteri di Parigi di Eugéne Sue (1842). Sulla moda ottocentesca dei «misteri» e sui suoi prodotti e sottoprodotti che promettevano di svelare il volto segreto delle città, quello ignorato dalla letteratura ufficiale, Riccardo Reim ha costruito una preziosa antologia, Il cuore oscuro dell’Ottocento (Avagliano, pagg. 376, 16 euro). Vi si ritrovano, ordinati tematicamente, tutti gli autori più significativi e molti brani introvabili e sorprendenti. A partire da quell’Antonio Ranieri più noto come amico del cuore di Giacomo Leopardi, che precorse i tempi partorendo l’«incunabolo del romanzo sociale in Italia», quel Ginevra o l’orfana della Nunziata (1839) che gli attirò le ire della polizia per le sue denunce sulle spaventose condizioni degli ospizi e gli costò 45 giorni di prigione. La leggenda Sue e i suoi «misteri» ricorda da vicino il fenomeno esploso nella comunità letteraria internazionale con Il Codice da Vinci. Una valanga di «codici» e di «manoscritti» nei titoli di romanzi sempre più improbabili con la sola finalità di riuscire a eguagliare l’incredibile macchina a sorpresa costruita da Dan Brown. Così Sue, dandy e socialista, angelo dei derelitti e poseur del Faubourg Saint-Germain, diventa lo scrittore più popolare d’Europa avendo osato svelare la cattiva coscienza di un secolo. E poichè Parigi, non ancora trasformata nella scintillante Ville Lumière dagli interventi del barone Haussmann, ha ancora il ventre infetto e le strade fangose, il termine di paragone con Napoli risulta perfetto. E Francesco Mastriani, presente in abbondanza nell’antologia di Reim, è davvero le plus notable feuilletoniste d’Italie, come scrive nel 1875 Gustave Hérelle sulla Revue de Paris. Anche se piovono «Misteri» da tutte le parti, e persino le memorie di Enrichetta Caracciolo, gentildonna napoletana rinchiusa a forza in convento, usciranno con l’accattivante titolo Misteri del chiostro napoletano. Un’antologia con Napoli protagonista anche se in negativo, dunque, come accade ancora oggi a causa della sua cronaca quotidiana. Del resto, come diceva Roland Barthes, «il fatto di cronaca è un’arte di massa». E cosa più della letteratura popolare, con il suo gusto affabulatorio per il mostruoso e il raro, l’abnorme e lo scandaloso, può tentare di addomesticare la nostra realtà così sensazionale?
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