Europa spazio di traduzione

Posted on January 27th, 2009 in Libri su Napoli, Parole su Napoli by Cane Ugo

La traduzione come metafora. Infinita. Sprigionata da un territorio di frontiera che troppo spesso è rimasto confinato, in Italia, a una sorta di zona di riserva: abitata da una piccola comunità intellettuale di nomadi mentali impegnati in un grande, cruciale (eppure carsico, se non misconosciuto) lavoro di mediazione tra mondi diversi. Per motivi professionali, ma anche esistenziali. Lo testimonierà, giovedì (alle 10.30, nella sala conferenze del Roof Garden dell’Hotel Royal), un gruppo di scrittori e poeti, critici e traduttori, cittadini globali della modernità liquida chiamati a raccolta a Napoli per una tavola rotonda intitolata - non a caso - «Vivere e scrivere tra le lingue», preludio e base di lancio per un progetto più ampio e ambizioso: «Biennale E.s.t.», ossia gli incontri internazionali di «Europa spazio di traduzione», il primo Festival itinerante (tappe successive Parigi in maggio e Vienna in novembre) dedicato, in differenti luoghi rappresentativi della città (dal 22 al 29 novembre 2010) ma in collegamento con altre realtà estere, a un orizzonte problematico. «Un orizzonte, quello della traduzione, che nelle sue molteplici implicazioni (linguistiche, innanzitutto, ma anche antropologiche, culturali e politiche) coinvolge una costellazione cosmopolita di visioni dell’uomo e del mondo, interpellando il senso del lavoro culturale e l’arte del convivere in uno spazio euromediterraneo dove comunicare, oltre il provincialismo, aiuta a promuovere conoscenza e incontri, a molti livelli», spiega la germanista Camilla Miglio, project manager del progetto: finanziato dall’Unione Europea (Programma Cultura 2007-2013), ideato e coordinato dall’università di Napoli «L’Orientale» - per il rettore Lida Viganoni «soggetto traduttore di culture» - in collaborazione tra gli altri con le università Paris VIII (referente Dieter Hornig) e Vienna (Johanna Borek) e in partenariato con gli atenei di Bucarest, Dresda e Istanbul. Nel gruppo di lavoro napoletano, anche Giusi Zanasi, Valentina Di Rosa e Giovanni Chiarini. Ridare visibilità e nuova attenzione al mondo dei traduttori nei loro diversi contesti di attività (di scrittura, doppiaggio, sottotitolazione), è infatti uno degli obiettivi prioritari dell’iniziativa, che - aggiunge Miglio - «tradurrà a Napoli una prospettiva di carattere internazionale, con un doppio registro che intende abbattere le barriere tra creatività e accademia, cultura ”alta” e popolare: dal fumetto al cinema, dalla letteratura alla musica e al teatro». Una bella sfida, in un Paese come l’Italia che sconta un ritardo non solo linguistico nel campo della «traduttologia»: dove, come sottolinea il poeta, traduttore e saggista Franco Buffoni, uno dei maggiori studiosi italiani di scienza della traduzione, «ha pesato a lungo il pregiudizio (e un certo dogmatismo) postromantico, idealistico, oggi inattuale: quello della intraducibilità della poesia, secondo Croce, o dello stile, secondo Céline». Mentre per Buffoni l’atto traduttivo, in letteratura, è un un processo dinamico, un «incontro/scontro tra pari» e di pari dignità artistica tra testo da tradurre e testo tradotto, dunque «atto creativo rivissuto», anziché mera riproduzione tecnica: in piena sintonia con George Steiner e il suo classico Dopo Babele (1975), che sgombrò il campo da molti pregiudizi. «Tradurre è un po’ come stare in una Mesopotamia interiore, dove le lingue sono i fiumi che scorrono e i testi la terra che noi ariamo con il nostro desiderio», aggiunge Antonella Anedda Angioy, saggista, traduttrice e poetessa che giovedì interverrà al confronto napoletano con Buffoni, Miglio, Hornig, Borek, Laura Bocci, Gabriele Frasca, Lisa Ginzburg, Helena Janeczeck, Marco Ottaiano e Silvio Perrella: «Noi ci immergiamo - continua Anedda - nel corpo del testo, lo ri-attraversiamo, rileggendolo, e interrogandolo di nuovo lo rendiamo vivo. Leggere, scrivere, è sempre tradurre ri-petendo, chiedendo al testo di essere qui e di diventare ancora, come fa il midrah ebraico. Per un traduttore di poesia, fondamentale è il ritmo e il risvegliare quell’elemento ”dormiente”, dice Dante ”ascoso” dell’originale, che permette di rivelare ulteriori immagini. La traduzione è un esercizio di mitezza, l’ascolto dello spazio - della tregua - che c’è tra due linguaggi, un tempo su cui riflettere». Il tempo della pazienza, e dell’attesa: come quello delle madri, che per la germanista Laura Bocci sono annidate in ogni traduttore, anche maschio, perché capace di «mettere al mondo qualcosa che è stato fecondato da un altro per dargli poi la voce e interpretarlo». La mittelmediterranea Napoli, città-balia secondo la bella definizione di Fabrizia Ramondino, può essere il luogo giusto per loro.

Il cuore oscuro dell’Ottocento

Posted on January 13th, 2009 in Libri su Napoli by Cane Ugo

Al di sopra dei gradini di Santa Lucia al Monte, scavati nel seno stesso della montagna, ecco le catacombe, le spelonche nelle quali vivono numerose famiglie affamate e cenciose. Sono le «grotte degli Spagari», dette così perchè gli abitanti vi esercitano il mestiere di torcere lo spago dalla canapa. «È d’uopo che le infelici spagare lavorino diciotto ore al giorno per arrivare a torcere cinquanta matasse di spago e lucrare quindici grana». E in questa topaia bisogna pure pagare l’affitto: «La pigione in Napoli, ecco una delle piaghe più dolorose. Lo spietato proprietario, esoso vampiro, sugge il sangue degli infelici, e rizza palagi, e impingua le sue arche, e siede a festosi banchetti, e gitta la seta e l’oro addosso a impudiche danzatrici». Stile enfatico a parte, resta possente la descrizione di Francesco Mastriani dei bassifondi urbani di una città, Napoli, che produrrà ancora, centocinquant’anni dopo (questo brano tratto da I Vermi è del 1868), un libro come Gomorra. E la cruda descrizione di un delitto nelle carceri della Vicaria (I misteri di Napoli, 1870) ha i lividi colori di un reportage giornalistico su un ammazzamento di camorra. Tutto l’orrorifico repertorio del macabro, del mostruoso, del proibito, trova in Napoli un habitat naturale e la designa, unica tra le altre città italiane, a raccogliere l’eredità del feuilleton, genere che dilagherà in Europa dopo il clamoroso successo de I Misteri di Parigi di Eugéne Sue (1842). Sulla moda ottocentesca dei «misteri» e sui suoi prodotti e sottoprodotti che promettevano di svelare il volto segreto delle città, quello ignorato dalla letteratura ufficiale, Riccardo Reim ha costruito una preziosa antologia, Il cuore oscuro dell’Ottocento (Avagliano, pagg. 376, 16 euro). Vi si ritrovano, ordinati tematicamente, tutti gli autori più significativi e molti brani introvabili e sorprendenti. A partire da quell’Antonio Ranieri più noto come amico del cuore di Giacomo Leopardi, che precorse i tempi partorendo l’«incunabolo del romanzo sociale in Italia», quel Ginevra o l’orfana della Nunziata (1839) che gli attirò le ire della polizia per le sue denunce sulle spaventose condizioni degli ospizi e gli costò 45 giorni di prigione. La leggenda Sue e i suoi «misteri» ricorda da vicino il fenomeno esploso nella comunità letteraria internazionale con Il Codice da Vinci. Una valanga di «codici» e di «manoscritti» nei titoli di romanzi sempre più improbabili con la sola finalità di riuscire a eguagliare l’incredibile macchina a sorpresa costruita da Dan Brown. Così Sue, dandy e socialista, angelo dei derelitti e poseur del Faubourg Saint-Germain, diventa lo scrittore più popolare d’Europa avendo osato svelare la cattiva coscienza di un secolo. E poichè Parigi, non ancora trasformata nella scintillante Ville Lumière dagli interventi del barone Haussmann, ha ancora il ventre infetto e le strade fangose, il termine di paragone con Napoli risulta perfetto. E Francesco Mastriani, presente in abbondanza nell’antologia di Reim, è davvero le plus notable feuilletoniste d’Italie, come scrive nel 1875 Gustave Hérelle sulla Revue de Paris. Anche se piovono «Misteri» da tutte le parti, e persino le memorie di Enrichetta Caracciolo, gentildonna napoletana rinchiusa a forza in convento, usciranno con l’accattivante titolo Misteri del chiostro napoletano. Un’antologia con Napoli protagonista anche se in negativo, dunque, come accade ancora oggi a causa della sua cronaca quotidiana. Del resto, come diceva Roland Barthes, «il fatto di cronaca è un’arte di massa». E cosa più della letteratura popolare, con il suo gusto affabulatorio per il mostruoso e il raro, l’abnorme e lo scandaloso, può tentare di addomesticare la nostra realtà così sensazionale?

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