Sentieri Digitali

Posted on October 1st, 2009 in by Cane Ugo

SENTIERI DIGITALI è la prima iniziativa, al motto di Be Digital. Make Culture.” nata con la visione di affrontare tutte le tematiche dell’ampio paniere che offre e che sta proponendo l’evoluzione e l’uso della Rete e delle tecnologie digitali. La missione è di informare sul “2.0”, sui protagonisti e gli scenari non convenzionali e innovativi, sui media digitali e sulle tecnologie. Al centro di questo primo blocco di sentieri gli autori di testi che hanno dato ed offerto, con il loro sforzo di ricerca, un valore aggiunto contribuendo al work in progress della cultura dei tempi in corso, e i fondatori di alcune tra le piattaforme di giornalismo partecipativo e multimediali esistenti oggi.

La rassegna è la prima iniziativa di start-up del 1° Osservatorio regionale sulle Culture Digitali, ProgettoCampania2.0 ideato, pensato e fondato dalla giornalista Francesca Ferrara, newsmakerdirete appassionata di Internet e Innovazione Digitale. La mission di ProgettoCampania2.0 è creare una finestra cognitiva che sia punto di riferimento sul quadro dell’evoluzione del Web2.0.

Abbiamo il dovere di lasciare traccia del valore aggiunto che ognuno di noi può apportare per lo sviluppo e la divulgazione della Cultura e della Democrazia Digitale. Noi siamo solo gli antenati moderni di coloro che saranno i futuri protagonisti della concreta rivoluzione sociale”, afferma la newsmakerdirete Francesca Ferrara alla sua prima esperienza di project manager, e continua: “Sono partita dal basso, dai contenuti e facendo leva sullo spirito ‘social’ di condivisione che alimenta i frequentatori più assidui della Rete. Spero che dopo aver completato il processo di strutturazione dei contenuti dei molteplici Sentieri Digitali possa passare a quello più ampio ed articolato della presentazione e di un macro-coordinamento di essi attraverso una piattaforma multimediale”.

Sentieri digitali Campania 2.0

Sentieri digitali Campania 2.0

Riparte il Metrò del mare

Posted on April 22nd, 2009 in Turismo a Napoli by Cane Ugo

Domani ripartirà il Metrò del Mare, il servizio veloce di trasporto marittimo che collega i principali luoghi turistici delle coste campane. Il metrò del mare, nato nel 2001 da un’idea dell’assessore regionale ai Trasporti Ennio Cascetta e giunto alla nona edizione, riprenderà le corse con quattro linee, che diventeranno undici entro l’estate e toccheranno ventitrè porti, dal litorale flegreo a quello sorrentino, dal cilentano all’amalfitano. La prima fase dei trasporti andrà da domani al 31 maggio, con quattro direttrici. La prima collegherà Napoli Mergellina a Sorrento, la seconda Bacoli a Sorrento, la terza Napoli Beverello e Salerno molo Manfredi così come l’ultima che prevede orari e fermate diverse. Circa 3500 le corse previste, 140mila le miglia marine che saranno percorse da domani all’11 ottobre prossimi. Un servizio - quello gestito dal consorzio Metrò del Mare, presieduto dal comandante Raffaele Aiello - che ha fatto registrare interessanti dati di crescita per quanto riguarda il numero di passeggeri, con un incremento del 441% dal 2002 (43mila passeggeri) al 2008 (250mila passeggeri). Le quattro linee, che saranno operative dal 23 aprile al 31 maggio e ripartiranno dal primo giugno con nuovi orari, sono: MM1 (Napoli Mergellina, Napoli Beverello, Portici, Ercolano «La Favorita», Torre del Greco, Torre Annunziata-Pompei, Castellammare di Stabia, Seiano- Vico Equense, Sorrento); MM1 WE (Bacoli, Pozzuoli, Napoli Beverello, Portici, Ercolano «La Favorita», Torre del Greco, Torre Annunziata-Pompei, Castellammare di Stabia, Seiano-Vico Equense, Sorrento); MM2 (Bacoli, Pozzuoli, Napoli Beverello, Ercolano «La Favorita», Seiano- Vico Equense, Sorrento, Positano, Salerno, Amalfi, Minori, Salerno molo Manfredi); MM3 (Bacoli, Pozzuoli, Napoli Beverello, Seiano-Vico Equense, Sorrento, Positano, Salerno, Amalfi, Minori, Salerno molo Manfredi). Per le informazioni sulle corse, un call center, già operativo, risponderà agli utenti al numero 199600700. Ulteriori infopoint saranno allestiti negli scali e personale di biglietteria sarà a disposizione per le richieste su tariffe e promozioni. Informazioni anche sul sito internet www.metrodelmare.com. L’accoglienza per i viaggiatori funzionerà anche a bordo dei mezzi. Sconti e agevolazioni particolari saranno a disposizione degli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado.

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Il restauro della Casina Vanvitelliana del Fusaro

Posted on April 2nd, 2009 in by Cane Ugo

Un museo e salotti letterari tra dipinti e affreschi riportati alla luce: ricomincerà presto a vivere il complesso reale vanvitelliano sul lago Fusaro, la Casina come tutti la chiamano. Al rush finale il restauro della dimora borbonica, realizzata su progetto dell’architetto Carlo Vanvitelli nel 1782, e chiusa da due anni per un intervento da dieci milioni di euro finanziato con fondi Por 2000-2006. In corso di ristrutturazione la famosa Casina vanvitelliana, la Sala Ostrichina, i locali degli Stalloni, il giardino storico e un tratto della banchina borbonica del lago. Il prospetto, delineato dall’architetto della soprintendenza per i Beni archeologici e paesaggistici Cosimo Tarì e messo in opera dalla ditta Vitale, è prestigioso: oltre alla riqualificazione degli immobili delineata anche la riproduzione dei dipinti del pittore Filippo Hackert che decoravano le pareti della Casina, bruciati durante la Rivoluzione Partenopea nel 1799. Ed è in corso un intervento per rendere una riserva naturale la macchia mediterranea del parco che circonda il Complesso esteso per oltre 27mila mq. Il programma di valorizzazione degli immobili, l’Ostrichina e la Casina Vanvitelliana che dalle acque del bacino lacustre Fusaro è collegata con un ponte alla costa, mira invece ad un uso per attività culturali. Le origini di questo luogo mitico, tra l’altro, si perdono nella storia: il lago Fusaro e il complesso reale, nel corso dei secoli, sono stati il centro di fervide attività di lavoro e dimora di re e intellettuali. Ora si ripropongono volano dello sviluppo dei Campi Flegrei. «È stato programmato un piano articolato per il recupero dei beni storici del Fusaro - afferma il primo cittadino, Antonio Coppola - La valorizzazione del sito borbonico è un grande impegno per la città, proiettata verso un turismo qualificato. Il patrimonio storico è fondamentale per il rilancio di una nuova economia a Bacoli». Il presidente del Centro ittico campano, la società pubblica che amministra i due laghi di Bacoli, Raffaele Aragona, sottolinea: «Miriamo ad un uso museale del sito. Intanto è stato pubblicato il bando per affidare in gestione il locale più esterno al parco per un bookshop. Bisogna recuperare il tempo perduto finora, Non ci sono ostacoli di natura tecnica, chi è interessato dovrà presentare un’offerta entro il prossimo 22 aprile. La dimora borbonica diventerà un qualificato polo storico-culturale». Il primo nei Campi Flegrei, che si aggiungerà agli altri siti in fase di restauro - tra cui il parco archeologico di Cuma, l’area monumentale di Baia, il Castello Aragonese, l’Anfiteatro Flavio - grazie al Progetto integrato grande attrattore culturale Campi Flegrei. Un piano che punta al Retour, uno straordinario itinerario archeologico e paesaggistico «motore dello sviluppo sostenibile dell’area flegrea». Il presidente dell’ente Parco regionale Campi Flegrei, Francesco Escalona, afferma: «Il Complesso Vanvitelliano entrerà nel circuito di un’area ad alta valenza ambientale e storico-archeologica. Al restauro è legato anche il recupero dei cinque laghi flegrei per i quali sono stati stanziati oltre 50milioni di euro».

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La ricostruzione virtuale della Villa di Augusto

Posted on February 23rd, 2009 in Musei di Napoli, Turismo a Napoli by Cane Ugo

Se vi trovate al centro dell’area scavata dagli archeologi giapponesi nella cosiddetta villa di Augusto, a Somma Vesuviana, e vi sembra di vedere solo alcune malridotte colonne di pietra lavica, oppure dei muri alti sei-sette metri che stanno in piedi quasi per scommessa, provate allora a inforcare gli occhiali messi a punto da Altair4 Multimedia in collaborazione con l’Ikeuchi Lab Institute of Industrial Science, Computer Vision Laboratory dell’Università di Tokyo, e tutto cambierà. Niente più muri diroccati; del tutto assente il calpestìo sconnesso o la terra battuta; nemmeno l’ombra di colonne spezzate. Vedrete le colonne ma diritte, alte e impreziosite alla loro sommità da stupendi capitelli corinzii; mosaici con migliaia di tessere; sarete stupiti dalle architetture che si presentano con archi che finiscono in chiavi di volta avveniristiche, visto che vennero realizzate 2000 anni fa. E, nelle nicchie poste ai lati delle aperture che mettono in comunicazione i saloni con vani affrescati, anche statue di marmo raffiguranti Dioniso, Apollo o sacerdotesse coperte da pepli finemente drappeggiati; le pareti, poi, sono dipinte con colori vivaci e impreziosite con eleganti motivi floreali, oppure risultano coperte da rilievi di stucco colorato. Potenza della tecnologia digitale. Di più. Le sensazioni ricavate da chi guarda attraverso le lenti consentono di sentirsi immerso nella storia dei luoghi proprio come dovette essere per chi 2000 anni fa si trovava nelle stanze e nei locali sino ad oggi scavati. La struttura riportata alla luce era infatti molto di più di una villa, così come la intendiamo noi. Secondo le ipotesi che sono state elaborate dagli studiosi che da circa otto anni stanno lavorando nella zona periferica di «Starza della Regina» il complesso recuperato in quasi otto anni di lavoro non sarebbe che un piccolo assaggio di quello originario. La cifra di riferimento sono le grandi ville-città che l’aristocrazia romana, tra il I secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo, si faceva costruire in Campania, da Baia a Sorrento fino a Capri. Insomma un complesso, per intendersi, simile alla villa di Lucullo, che si dispiegava dall’attuale Piazza Municipio al Chiatamone e oltre: oppure come la villa dei Papiri a Ercolano, con i suoi trecento e passa metri di fronte al mare, i quattro piani di sviluppo in altezza e gli oltre quattrocento metri di penetrazione in direzione del Vesuvio. «Quella che stiamo scavando - ha osservato Giuseppina Cerulli Irelli, archeologa e in passato soprintendente archeologa di Napoli e Pompei - ci dà sempre maggiori certezze circa la sua appartenenza alle proprietà imperiali. E, visto che ci troviamo presso Nola, dove morì Augusto, allora non si comprende come un privato avesse potuto realizzare una struttura di tale ricchezza e bellezza senza incorrere nelle ire dell’imperatore. Dunque, manca la prova certa, ma i rinvenimenti ci indirizzano sempre di più verso una proprietà imperiale». Forse, appunto quella dove morì Augusto il 19 agosto del 14 dopo Cristo. Gli occhiali prodotti con la tecnologia made in Japan (che pesano pochissimo e possono essere inforcati anche sugli occhiali da vista), muniti di micro telecamere, e le ricostruzioni virtuali effettuate dagli specialisti italiani dell’Altair4 Multimedia (collabora con il magazine «National Geographic» e ha realizzato il corto virtuale della casa di Polibio, a Pompei, e degli ultimi istanti di vita dei suoi abitanti) permettono di muoversi senza alcun impedimento e di vedere inseriti nel quadro generale anche gli altri eventuali visitatori. Forse, in un futuro molto prossimo, consentiranno di ricostruire anche la storia dei cristiani che abitarono la villa. «Abbiamo scoperto una croce - rivela Antonio De Simone, archeologo e docente del Suor Orsola Benincasa - tracciata con un carbone. Credo che sia stata segnata poco prima dell’eruzione del 472 dopo Cristo, quando già il cristianesimo era stato diffuso nell’area da Paolino da Nola. Altro dato interessante è la presenza, al di sotto del braccio orizzontale della croce, di ”Alfa“ e ”Omega“». Il Principio e la Fine, dunque. Solo il «principio», però, per la villa che sta tornando alla luce.

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Europa spazio di traduzione

Posted on January 27th, 2009 in Libri su Napoli, Parole su Napoli by Cane Ugo

La traduzione come metafora. Infinita. Sprigionata da un territorio di frontiera che troppo spesso è rimasto confinato, in Italia, a una sorta di zona di riserva: abitata da una piccola comunità intellettuale di nomadi mentali impegnati in un grande, cruciale (eppure carsico, se non misconosciuto) lavoro di mediazione tra mondi diversi. Per motivi professionali, ma anche esistenziali. Lo testimonierà, giovedì (alle 10.30, nella sala conferenze del Roof Garden dell’Hotel Royal), un gruppo di scrittori e poeti, critici e traduttori, cittadini globali della modernità liquida chiamati a raccolta a Napoli per una tavola rotonda intitolata - non a caso - «Vivere e scrivere tra le lingue», preludio e base di lancio per un progetto più ampio e ambizioso: «Biennale E.s.t.», ossia gli incontri internazionali di «Europa spazio di traduzione», il primo Festival itinerante (tappe successive Parigi in maggio e Vienna in novembre) dedicato, in differenti luoghi rappresentativi della città (dal 22 al 29 novembre 2010) ma in collegamento con altre realtà estere, a un orizzonte problematico. «Un orizzonte, quello della traduzione, che nelle sue molteplici implicazioni (linguistiche, innanzitutto, ma anche antropologiche, culturali e politiche) coinvolge una costellazione cosmopolita di visioni dell’uomo e del mondo, interpellando il senso del lavoro culturale e l’arte del convivere in uno spazio euromediterraneo dove comunicare, oltre il provincialismo, aiuta a promuovere conoscenza e incontri, a molti livelli», spiega la germanista Camilla Miglio, project manager del progetto: finanziato dall’Unione Europea (Programma Cultura 2007-2013), ideato e coordinato dall’università di Napoli «L’Orientale» - per il rettore Lida Viganoni «soggetto traduttore di culture» - in collaborazione tra gli altri con le università Paris VIII (referente Dieter Hornig) e Vienna (Johanna Borek) e in partenariato con gli atenei di Bucarest, Dresda e Istanbul. Nel gruppo di lavoro napoletano, anche Giusi Zanasi, Valentina Di Rosa e Giovanni Chiarini. Ridare visibilità e nuova attenzione al mondo dei traduttori nei loro diversi contesti di attività (di scrittura, doppiaggio, sottotitolazione), è infatti uno degli obiettivi prioritari dell’iniziativa, che - aggiunge Miglio - «tradurrà a Napoli una prospettiva di carattere internazionale, con un doppio registro che intende abbattere le barriere tra creatività e accademia, cultura ”alta” e popolare: dal fumetto al cinema, dalla letteratura alla musica e al teatro». Una bella sfida, in un Paese come l’Italia che sconta un ritardo non solo linguistico nel campo della «traduttologia»: dove, come sottolinea il poeta, traduttore e saggista Franco Buffoni, uno dei maggiori studiosi italiani di scienza della traduzione, «ha pesato a lungo il pregiudizio (e un certo dogmatismo) postromantico, idealistico, oggi inattuale: quello della intraducibilità della poesia, secondo Croce, o dello stile, secondo Céline». Mentre per Buffoni l’atto traduttivo, in letteratura, è un un processo dinamico, un «incontro/scontro tra pari» e di pari dignità artistica tra testo da tradurre e testo tradotto, dunque «atto creativo rivissuto», anziché mera riproduzione tecnica: in piena sintonia con George Steiner e il suo classico Dopo Babele (1975), che sgombrò il campo da molti pregiudizi. «Tradurre è un po’ come stare in una Mesopotamia interiore, dove le lingue sono i fiumi che scorrono e i testi la terra che noi ariamo con il nostro desiderio», aggiunge Antonella Anedda Angioy, saggista, traduttrice e poetessa che giovedì interverrà al confronto napoletano con Buffoni, Miglio, Hornig, Borek, Laura Bocci, Gabriele Frasca, Lisa Ginzburg, Helena Janeczeck, Marco Ottaiano e Silvio Perrella: «Noi ci immergiamo - continua Anedda - nel corpo del testo, lo ri-attraversiamo, rileggendolo, e interrogandolo di nuovo lo rendiamo vivo. Leggere, scrivere, è sempre tradurre ri-petendo, chiedendo al testo di essere qui e di diventare ancora, come fa il midrah ebraico. Per un traduttore di poesia, fondamentale è il ritmo e il risvegliare quell’elemento ”dormiente”, dice Dante ”ascoso” dell’originale, che permette di rivelare ulteriori immagini. La traduzione è un esercizio di mitezza, l’ascolto dello spazio - della tregua - che c’è tra due linguaggi, un tempo su cui riflettere». Il tempo della pazienza, e dell’attesa: come quello delle madri, che per la germanista Laura Bocci sono annidate in ogni traduttore, anche maschio, perché capace di «mettere al mondo qualcosa che è stato fecondato da un altro per dargli poi la voce e interpretarlo». La mittelmediterranea Napoli, città-balia secondo la bella definizione di Fabrizia Ramondino, può essere il luogo giusto per loro.

Il cuore oscuro dell’Ottocento

Posted on January 13th, 2009 in Libri su Napoli by Cane Ugo

Al di sopra dei gradini di Santa Lucia al Monte, scavati nel seno stesso della montagna, ecco le catacombe, le spelonche nelle quali vivono numerose famiglie affamate e cenciose. Sono le «grotte degli Spagari», dette così perchè gli abitanti vi esercitano il mestiere di torcere lo spago dalla canapa. «È d’uopo che le infelici spagare lavorino diciotto ore al giorno per arrivare a torcere cinquanta matasse di spago e lucrare quindici grana». E in questa topaia bisogna pure pagare l’affitto: «La pigione in Napoli, ecco una delle piaghe più dolorose. Lo spietato proprietario, esoso vampiro, sugge il sangue degli infelici, e rizza palagi, e impingua le sue arche, e siede a festosi banchetti, e gitta la seta e l’oro addosso a impudiche danzatrici». Stile enfatico a parte, resta possente la descrizione di Francesco Mastriani dei bassifondi urbani di una città, Napoli, che produrrà ancora, centocinquant’anni dopo (questo brano tratto da I Vermi è del 1868), un libro come Gomorra. E la cruda descrizione di un delitto nelle carceri della Vicaria (I misteri di Napoli, 1870) ha i lividi colori di un reportage giornalistico su un ammazzamento di camorra. Tutto l’orrorifico repertorio del macabro, del mostruoso, del proibito, trova in Napoli un habitat naturale e la designa, unica tra le altre città italiane, a raccogliere l’eredità del feuilleton, genere che dilagherà in Europa dopo il clamoroso successo de I Misteri di Parigi di Eugéne Sue (1842). Sulla moda ottocentesca dei «misteri» e sui suoi prodotti e sottoprodotti che promettevano di svelare il volto segreto delle città, quello ignorato dalla letteratura ufficiale, Riccardo Reim ha costruito una preziosa antologia, Il cuore oscuro dell’Ottocento (Avagliano, pagg. 376, 16 euro). Vi si ritrovano, ordinati tematicamente, tutti gli autori più significativi e molti brani introvabili e sorprendenti. A partire da quell’Antonio Ranieri più noto come amico del cuore di Giacomo Leopardi, che precorse i tempi partorendo l’«incunabolo del romanzo sociale in Italia», quel Ginevra o l’orfana della Nunziata (1839) che gli attirò le ire della polizia per le sue denunce sulle spaventose condizioni degli ospizi e gli costò 45 giorni di prigione. La leggenda Sue e i suoi «misteri» ricorda da vicino il fenomeno esploso nella comunità letteraria internazionale con Il Codice da Vinci. Una valanga di «codici» e di «manoscritti» nei titoli di romanzi sempre più improbabili con la sola finalità di riuscire a eguagliare l’incredibile macchina a sorpresa costruita da Dan Brown. Così Sue, dandy e socialista, angelo dei derelitti e poseur del Faubourg Saint-Germain, diventa lo scrittore più popolare d’Europa avendo osato svelare la cattiva coscienza di un secolo. E poichè Parigi, non ancora trasformata nella scintillante Ville Lumière dagli interventi del barone Haussmann, ha ancora il ventre infetto e le strade fangose, il termine di paragone con Napoli risulta perfetto. E Francesco Mastriani, presente in abbondanza nell’antologia di Reim, è davvero le plus notable feuilletoniste d’Italie, come scrive nel 1875 Gustave Hérelle sulla Revue de Paris. Anche se piovono «Misteri» da tutte le parti, e persino le memorie di Enrichetta Caracciolo, gentildonna napoletana rinchiusa a forza in convento, usciranno con l’accattivante titolo Misteri del chiostro napoletano. Un’antologia con Napoli protagonista anche se in negativo, dunque, come accade ancora oggi a causa della sua cronaca quotidiana. Del resto, come diceva Roland Barthes, «il fatto di cronaca è un’arte di massa». E cosa più della letteratura popolare, con il suo gusto affabulatorio per il mostruoso e il raro, l’abnorme e lo scandaloso, può tentare di addomesticare la nostra realtà così sensazionale?

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la riapertura di San Gennaro fuori le Mura alla Sanità

Posted on December 26th, 2008 in by Cane Ugo

Un antico ma trascurato itinerario di fede e di cultura reso nuovamente alla città e ai napoletani, prima ancora che ai visitatori e ai turisti. E una monumentale basilica paleocristiana, fondata tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, chiusa e abbandonata negli ultimi quarant’anni e restituita, finalmente, alla pubblica fruizione e al culto liturgico: in un intreccio di storia, arte, architettura, antropologia culturale e religiosità popolare in una delle aree più importanti per le testimonianze del cristianesimo antico partenopeo. Ha il sapore di un piccolo miracolo ”ianuariano” la riapertura della Basilica di San Gennaro fuori le Mura, nel Rione Sanità, che il 21 dicembre ha ospitato una solenne celebrazione eucaristica inaugurale, presieduta dall’Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe: «Un momento cruciale di ripristino di un percorso della fede, della pietà popolare, della solidarietà umana, ma anche un coraggioso progetto reso possibile da un cammino collettivo perché il quartiere Sanità non sia più un’isola», spiega il cardinale Sepe, capofila dell’operazione. Che vede protagonisti, con la Curia Arcivescovile di Napoli e la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, sponsor come la Fondazione per il Sud (con un finanziamento di 350mila euro) e l’associazione onlus L’Altra Napoli (con 100mila euro), accanto al braccio operativo della cooperativa sociale di giovani della Sanità «La Paranza»: nove soci che saranno affiancati da undici giovani preventivamente formati (e poi contrattualizzati) per la custodia, la manutenzione ordinaria e l’accoglienza turistica, con visite guidate specializzate al monumento. Obiettivo finale del progetto, una riqualificazione urbana e il riscatto sociale dell’area che passi anche attraverso la valorizzazione consapevole e condivisa dei suoi tesori artistici e monumentali. E si intitola non a caso «San Gennaro Extra Moenia, una porta dal passato al futuro» l’articolato progetto che, coinvolgendo una pluralità di soggetti, da domenica avvierà anche - aggiunge il parroco della Sanità, don Antonio Loffredo - «il ridisegno di un itinerario turistico-culturale finora deprivato di una tappa originaria fondamentale, quella della Basilica paleocristiana, primo vero ingresso alle catacombe di San Gennaro accessibili, sinora, solo da una scala d’accesso creata ad hoc da Capodimonte, ma secoli fa collegate anche con le catacombe di San Gaudioso, sottostanti l’altra splendida Basilica del Rione, Santa Maria della Sanità». Un percorso, quello del sistema cimiteriale e delle catacombe tra una basilica l’altra della Sanità, che l’eclettico erudito Carlo Celano (1625-1693) - il canonico autore tra l’altro de Le Notizie del bello dell’antico e del curioso della città di Napoli - riuscì a visitare in modo unitario, con un’avvincente escursione durata sei ore, gli occhi puntati, tra affreschi e mosaici, su arcosoli, vestiboli, sacelli e ambulacri di grande (e ancora pressoché intatta) bellezza: come, nella prima delle grotte tufacee della catacomba inferiore, la basilica rupestre di Sant’Agrippino, o quella con il Battistero, dove c’è anche il primo ipogeo sepolcrale di San Gennaro (rimasto nel toponimo del sito). Santo ritratto, in un affresco, sullo sfondo del Vesuvio e del monte Somma, allora più alto e anche - nella catacomba superiore che ospita pure che una splendida cripta di vescovi, bianchi e africani, con raffinati mosaici segno dell’antica identità interculturale di una città accogliente verso lo straniero - con l’onore del nimbo riservato solo a Gesù. Cristo protagonista anche di due intense opere d’arte contemporanea di Annamaria Bova, ospitate accanto a un busto ligneo cinquecentesco di San Gennaro nella riaperta basilica dove, auspica padre Antonio, «dovrebbero presto tornare anche il ciborio medievale - staccato dall’altare per prevenirne il degrado durante la chiusura - e il mezzobusto con la reliquia di un dito del santo patrono di Napoli, attualmente custoditi nel Museo Civico di Castel Nuovo». Si tratta di «Golgota», un’imponente scultura conica di lamiere metalliche trattate con l’acido, sovrastata da tre croci, e «Crocefisso», mosaico di tessere dorate di Ravenna e lamina metallica - dove l’ombra del Messia evoca la Sindone - con cui l’artista napoletana ha reso in modo stilizzato, ma con grande forza arcaica, tra luce e ombra, l’evento che ha cambiato la storia del mondo.

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Mirabilia Coralii. Capolavori barocchi in corallo tra maestranze ebraiche e trapanesi

Posted on December 20th, 2008 in Musei di Napoli by Cane Ugo

Il “periodo d’oro” dell’arte del corallo in Sicilia viene messo in mostra attraverso una selezione accurata di pregevoli manufatti artistici, nel biennale appuntamento dedicato all’arte e alle culture del corallo, promosso e organizzato dalla Banca di Credito Popolare.
Oltre 60 opere, tra arredi sacri (crocifissi, ostensori, reliquari…), gioielli e oggetti di uso comune (calamai, scrigni da scrittura, saliere…), insieme ad una sezione documentaria (lettere, atti notarili, …), tutti provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.
“Mirabilia Coralii” propone capolavori di arte sacra e profana, realizzati durante la grande stagione barocca nelle botteghe dei maestri corallai trapanesi, per lo più di origine ebraica. La presenza in Sicilia di una comunità di ebrei, attiva nella pesca e nella lavorazione del corallo, è documentata già a partire dal XI secolo.
Il noto valore simbolico apotropaico attribuito alla materia corallina viene esaltato, nel periodo barocco, dalla grande capacità e maestria di artigiani e orafi: il corallo diventa, a partire dal tardo Seicento, materia per forgiare composizioni artistiche complesse, che guardano alle cosiddette arti maggiori senza più complessi di inferiorità.
Grande protagonista della produzione del cosiddetto effimero barocco, il corallo viene esibito in manufatti con decorazioni preziose e ricche di particolari, tra sacro e profano: capezzali, acquasantiere, paliotti d’altare e trionfi allegorici risplendono del suo color rosso sangue.
“Mirabilia Coralii. Capolavori barocchi in corallo tra maestranze ebraiche e trapanesi” documenta, in definitiva, il periodo di massima fioritura dell’artigianato artistico in Sicilia tra XV e XVIII secolo e le reciproche influenze tra maestranze ebraiche e locali in fatto di lavorazione del corallo.

La mostra è a Palazzo Vallelonga, aperta al pubblico dal 20 dicembre 2008 al 1° febbraio 2009

Info:
Banca di Credito Popolare, Palazzo Vallelonga
Relazioni Esterne e Attività Istituzionali
Corso Vittorio Emanuele 92/100
Torre del Greco

Orari:
Feriali 10/13 - 16/19; Festivi 10/13
Ingresso gratuito
chiuso il 25 dicembre e il 1 gennaio
info: tel. ++39 081 358 1562/563/524

Mirabilia Coralli

Mirabilia Coralii

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La Donna, il Paesaggio e l’Impressione. Dipinti dei Musei Civici di Pavia tra Ottocento e Novecento. Palazzo Reale di Caserta

Posted on December 19th, 2008 in , Musei di Napoli by Cane Ugo

Il movimento pittorico italiano della seconda metà dell’Ottocento è stato oggetto in questi anni di una profonda rilettura ed analisi critica che ha portato a recuperarne il rilievo, portando alla ribalta situazioni e personalità di grande interesse nell’ambito delle diverse scuole regionali. La mostra inaugurata al Palazzo Reale di Caserta dal 20 dicembre 2008 al 29 marzo 2009 vuole portare alla luce la dimensione pienamente europea della nostra produzione artistica strappandola al localismo: una esauriente rassegna degli sviluppi della pittura italiana tra il Otto e Novecento in più di ottanta quadri, che diviene ancor più interessante ricordando l’importante produzione ottocentesca maturata a Napoli e culminata con la cosiddetta scuola di Posillipo, con cui naturalmente si giunge ad un confronto.

Periodo : dal 19 dicembre 2008 al 29 marzo 2009

Per informazioni
Ente Provinciale per Il Turismo Caserta
tel: 0823 550011/3222233  fax: 0823 326300


Orari
Dalle ore 8.30 alle ore 19.30, ultimo ingresso alle ore 19.00.
La mostra resta chiusa il martedì.

Biglietti
Il biglietto di ingresso alla mostra comprende la visita agli appartamenti reali del ’700 e ’800 e la visita della mostra “Terraemotus”.

- Intero € 4,20
- Ridotto  € 2,10  visitatori di età compresa tra 18 e 24 anni
- Gratuito   visitatori sotto i 18 anni e sopra i 65 anni

I possessori ARTECARD hanno diritto ad uno sconto.

dal paesaggio allimpressione reggia di Caserta

dal paesaggio all'impressione reggia di Caserta

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La flotta navale borbonica torna al museo di San Martino

Posted on December 15th, 2008 in , Musei di Napoli, Turismo a Napoli by Cane Ugo

La flotta napoletana viene restituita al Museo di San Martino. Sarà inaugurata il 14 dicembre alle 12 la nuova Sezione navale del museo della città, dopo tre anni di restauri delle sale che sono state adattate alla presenza delle imbarcazioni restaurate.  La Galea di Carlo di Borbone è il pezzo forte dell’esposizione permanente: una lancia di venti metri in legno intagliato e dorato, con baldacchino decorato nel “soffitto” da Fedele Fischetti, con lo stemma delle insegne cavalleresche della città. La galea, che si trova nel museo dal 1875, non si vedeva più da anni e venne raggiunta pochi anni dopo da un Caicco donato a Ferdinando IV di Borbone dal sultano Selim III. Ma dobbiamo attendere il XX secolo perché nella collezione faccia il suo ingresso anche la Lancia reale di Umberto I di Savoia, varata nel 1889, che era conservata nei depositi del Regio Arsenale della Marina nelle grotte di Palazzo Donn’Anna a Posillipo.

Un pezzo di storia della marineria borbonica e post-unitaria viene raccontato, oltre che da queste tre suggestive imbarcazioni originali, dai modelli in scala del sette e ottocento, di fregate e cannoniere, navi a elica e a vapore, e da un rarissimo modello della corazzata sabauda “Regina Margherita”, affondata durante la prima guerra mondiale. Innanzitutto, un intervento architettonico per  cambiare i lucernari del tetto in capriate in abete lamellare, che garantisce, oltre all’aspetto di “arsenale” e alla citazione di luoghi legati alla marineria, l’immunità dei legni delle navi esposte dall’attacco dei tarli.Poi una soluzione suggestivai: le navi sono allineate con le prue in direzione di alte finestre ad asola, aperte nelle sale, a cannocchiale sul mare del panorama mozzafiato di San Martino. Sembra di vederle salpare con destinazione paradiso. La Galea di Carlo III, una gondola nera servita per il trasbordo dei regnanti quando partecipavano a feste sul mare o con funzioni di collegamento nel passaggio da una nave all’altra, con il suo fasciame intarsiato è un esempio delle abilità di una manodopera napoletana che assicurava qualcosa di più di un artigianato di pregio ai cantieri del re. Lungo la parte più alta ed esterna dello scafo la barca esibisce intagli di mostri marini e pesci, un elenco ittico completo, degno della lunga lista di pesci della canzone del “Guarracino”: cozze, rombi e murene, persino tartarughe e leoni marini riprodotti dalle sapienti mani dell’intagliatore. Nella seconda sala è ospitata la Lancia Reale di Umberto I di Savoia, quattordici vogatori, legno bianco intarsiato con un drago marino aerodinamico quasi “futurista” che si slancia dal castello di prua, un ricco baldacchino. Rossana Muzii, la direttrice del museo di San Martino ha completato la sezione con materiali che arricchiscono la ricostruzione: nel caso della Lancia di re Umberto sono esposti dei progetti per abbellirla con drappi e tende di seta azzurra. Nel soppalco, che offre un’altra prospettiva delle navi esposte, è conservato il Caicco regalato dal sultano a Ferdinando IV tra la fine del settecento e gli inizi del secolo successivo. Magnifica anche la decorazione di questo scafo lungo e snello, per solcare le acque in velocità: una profusione di spighe di grano dorate. La Sezione navale si completa con una collezione di strumenti di bordo, come astrolabi per rilevare la posizione delle stelle, e sigilli e timbri legati alle singole navi, diari di bordo, e ottanti, che sostituirono gli astrolabi dopo il primo quarto del settecento. Due piccoli troni da navigazione in velluto rosso sono in mostra nella sala della Galea di Carlo, a cui si aggiunge una serie di armi bianche e da fuoco d’”ordinanza” dei corpi della Real Marina Borbonica.
Museo Nazionale della Certosa di San Martino  orario 8.30-19.30, mercoledì chiuso; ingresso 6 euro

Galea di Carlo di Borbone
Galea di Carlo di Borbone
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