7. Napoli il Regno dei Borboni (1734-1860)

Il ritorno alla dignità di capitale fu di giovamento alla città, caduta nella prostrazione a causa della inetta gestione del vicereame: Carlo si adoperò per dotare la città di opere monumentali, come il Teatro S. Carlo, la villa di Capodimonte, l'Albergo dei Poveri, l'ampliamento della reggia, nonchè l'istituzione della Accademia Ercolanese, della Biblioteca Nazionale, del Museo Archeologico, e l'inizio degli scavi a Pompei ed Ercolano. Il figlio e successore Ferdinando IV diede vita poi all'Accademia della Scienze ed al Collegio Militare. La dominazione borbonica fu anch'essa inevitabilmente influenzata dallo scoppio della rivoluzione francese: anche Ferdinando IV partecipò alla coalizione antifrancese, con il risultato che l'esercito regio venne umiliato dalle truppe francesi al comando del generale Championnet, che il 23 gennaio entrò in Napoli, permettendo la nascita della Repubblica Partenopea .

Ferdinando IV

Ferdinando IV

Terminata questa breve e gloriosa parentesi di vita civile, Ferdinando ritornò a prendere possesso della città, dando vita alle esecuzioni degli esponenti del governo repubblicano, che si erano impegnati alla modernizzazione del regno anche con la promulgazione di una Costituzione di stampo liberale e progressista. Dopo la vittoria di Marengo, Ferdinando fu costretto a scendere a patti con i francesi, facendo loro concessioni territoriali, ma dopo Austerlitz e la completa vittoria sull'Austria, Napoleone dichiarò decaduto Ferdinando, nominando re suo fratello Giuseppe nel febbraio del 1806. Durante il regno di Giuseppe, la città godette di un periodo di pace e di ordine, caratterizzato anche da grandi opere di impatto sociale: l'Orto Botanico, gli Educandati Femminili, il Conservatorio di S. Pietro a Maiella, l'Osservatorio Astronomico, il Banco di S. Giacomo o di Napoli (fusione di sette banche anteriori), il primo telegrafo, la strada di Posillipo e quella di Capodimonte. Ma il 15 luglio 1808 Napoleone chiamò Giuseppe al trono di Spagna e lo sostituì con il cognato Gioacchino Murat il quale, quando Napoleone declinò, si fece campione dell'indipendenza italiana, ma fallì l'impresa, che ritentò nel 1815 occupando Roma e le Marche e lanciando da Rimini un proclama agli italiani; incalzato dagli Austriaci e vinto presso Tolentino, dovette abdicare e fu fucilato a Pizzo. Col trattato di Casalanza del 20 maggio del 1815 Napoli ritornò al Borbone, che in seguito al trattato di Vienna assunse il titolo di Ferdinando I re delle Due Sicilie.

Gioacchino Murat

Gioacchino Murat

Il periodo successivo della dominazione borbonica continuò ad essere contrassegnato da una amministrazione inetta ed ottusa: il fossato con la società civile si aprì sempre di più, soprattutto a partire dal 1848 quando il re soppresse precipitosamente il Parlamento costituzionale che egli stesso aveva concesso, per spedirne poi i membri più influenti all'ergastolo. Alla morte di Ferdinando II il nuovo re, Francesco II concesse in Portici quella costituzione che suo padre e suo nonno avevano sempre promesso e mai concesso.

E' in questo quadro di disgregazione statale che l'impresa di Giuseppe Garibaldi trova il terreno fertile per un successo altrimenti assai arduo, vista la forza dell'esercito borbonico. La città restò indifferente quando Francesco II, con un proclama alle popolazioni, denunciò l'iniquità della guerra mossagli: ma allorchè un gruppo di gentiluomini inalberò una bandiera con lo stemma sabaudo, d'un colpo per quasi tutta via Toledo si videro botteghe e finestre soppiantare i gigli dei Borboni con la croce dei Savoia. In quelle condizioni l'ultimo Borbone s'imbarcò per Gaeta il 6 settembre 1860: il giorno dopo giunse a Napoli Giuseppe Garibaldi, accolto da una folla strabocchevole. Intanto i garibaldini venivano sonoramente battuti a Caiazzo dai resti dell'esercito borbonico forse per la prima volta convinto delle sue possibilità; ma era troppo tardi e troppo grandi le defezioni nelle fila borboniche, che vennero definitivamente battute sul Volturno.

Francesco Mancini, la battaglia sul Volturno

Francesco Mancini, la battaglia sul Volturno

Dopo il governo dittatoriale di Garibaldi, ed il governo di luogotenenza, le vicende di Napoli si inseriscono in quelle del regno d'Italia.

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