8.1 La Repubblica Partenopea (1799)

“I Giacobini dello Stato Napoletano uniti coi loro fratelli di tutta l'Italia, trapiantarono in Italia l'ideale della libertà secondo i tempi nuovi, come governo della classe colta e capace, intellettualmente ed economicamente operosa, per mezzo delle assemblee legislative uscenti da più o meno larghe elezioni popolari; e, nell'atto stesso, abbatterono le barriere che tenevano separate le varie regioni d'Italia, specialmente la meridionale dalla settentrionale, e formarono il comune sentimento della nazione italiana, fondandolo non più, come prima, sulla comune lingua e letteratura e sulle comuni memorie di Roma, ma sopra un sentimento politico comune".

Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli

Le truppe francesi entrano in Napoli il 21 gennaio 1799 Museo di Versailles

Le truppe francesi entrano in Napoli il 21 gennaio 1799 Museo di Versailles

Lo scoppio della rivoluzione francese del 1789, non preoccupò per nulla Ferdinando IV e Maria Carolina, oltretutto la politica neutrale del marchese Tanucci aveva tenuto il regno lontano dagli eventi bellici. Ma i fatti luttuosi del 1793, preceduti dalla nascita della Repubblica Francese nel 1792 destarono non poca preoccupazione nei sovrani di tutta Europa, napoletani compresi.

Essi cominciarono a vedere nei francesi un pericolo reale per tutte le monarchie. Ferdinando, quindi, aderì alla lega anglo-napoletana del 12 luglio 1793. nello stesso anno Carlo Lauberg fonda la Società Patriottica, un'organizzazione basata su piccoli club con non più di undici persone ciascuno. Il programma è scarsamente definito per la presenza di alcuni elementi imbevuti di pura dottrina e per altri che, fidando in un immediato appoggio francese, intendono attivarsi subito per una rivolta repubblicana. Nel dicembre del 1793, per fini di propaganda, la Società provvede alla traduzione della recente Costituzione francese; ne vengono stampate duemila copie da diffondere per la città e per il Regno. Ma la notizia della decapitazione di Maria Antonietta spaventa gli stessi giacobini napoletani e molte di quelle copie vengono nottetempo e nascostamente e gettate in mare. Nel momento in cui è in pieno sviluppo l'attività di reclutamento e propaganda, vengono arrestati i fratelli Del Re ed Emanuele De Deo per una denuncia del prete Pier Nicola Patarini al Generale Acton. Le perquisizioni e gli arresti mettono in guardia il Lauberg che, convinto dai compagni, fugge. Il 20 febbraio del 1794 la Società Patriottica si scioglie.

Fin dai primi del '94, a Napoli, già serpeggiavano inoltre movimenti liberali quali il ROMO (repubblica o morte), capeggiato da Andrea Vitaliani, composto da elementi radicali e repubblicani, ed il LIOMO (Libertà o morte), guidato da Rocco Lentini, e formato da moderati che premevano per una riforma costituzionale della monarchia. Questi movimenti iniziarono a cospirare contro la monarchia, ma furono scoperti e videro in Vincenzo Galiani, Emmanuele De Deo e Vincenzo Vitaliani i loro primi martiri, brutalmente giustiziati il 18 ottobre del 1794. Dopo una breve pace, le ostilità coi francesi ripresero nella seconda metà del '98 al fianco dell'Austria; ma il precipitare degli eventi bellici costrinse Ferdinando IV e famiglia, il 23 dicembre 1798, ad una precipitosa fuga a Palermo. A Napoli rimase il generale Francesco Pignatelli ed i lazzari, ma solo per poco, in quanto il 16 gennaio del 1799, il giorno dopo della presa, da parte dei rivoluzionari, di Castelnuovo, Castel dell'Ovo e Castel Sant'Elmo, raggiunse la famiglia reale in Sicilia. I lazzari, lasciati soli al loro destino, si batterono strenuamente e fino alla morte, ma nulla poterono per fermare, il 23 gennaio del 1799, l'ingresso in città del generale francese Championnet.

La repubblica partenopea durò solo cinque mesi ed ebbe due governi, uno provvisorio ed un altro definitivo. Essa vide tra le sue fila annoverarsi i maggiori intellettuali napoletani, come il Lauberg, Vincenzo Porta, Gabriele Manthonè, Riario Sforza, Domenico Cirillo, Mario Pagano, Giuseppe Serra di Cassano e Luigi Carafa. Il governo si articolò in sei “comitati” (centrale, militare, di legislazione, di polizia generale, di finanza, di amministrazione interna), che formavano l'Assemblea legislativa ed esercitavano il potere esecutivo in attesa dell'organizzazione definitiva del governo. Gli inizi della Repubblica furono difficili, perché essa era sottoposta in pratica alla dittatura del comandante delle truppe francesi, anche se lo Championnet mantenne un atteggiamento benevolo nei confronti del governo provvisorio (fece allontanare il commissario del direttorio Faipoult, troppo severo). Il primo governo provvisorio poté varare una sola legge importante, quella che aboliva i fedecommessi e le primogeniture (29 gennaio 1799), mentre non poté andare per il momento in porto la legge per l'abolizione della feudalità. Il 14 aprile un nuovo commissario francese, A. J. Abrial (arrivato il 28 marzo in sostituzione del Faipoult), operò una riforma del governo della Repubblica: fu così istituita una commissione esecutiva di cinque membri, affiancata da una commissione legislativa di venticinque membri. Il secondo governo della Repubblica Partenopea approvò il 25 aprile la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, che non poté però avere neppure un principio di attuazione in conseguenza della piega presa dagli avvenimenti. Non si arrivò invece ad approvare il progetto di costituzione preparato dalla precedente commissione legislativa (e dovuto soprattutto a M. Pagano).

Mentre a Napoli si sviluppava questa vivace attività di governo, nelle province — dove pure la Repubblica era stata accolta favorevolmente da una parte del ceto medio — la situazione andava precipitando. Il cardinale Fabrizio Ruffo, sbarcato con l'assenso regio il 7 febbraio in Calabria con pochi compagni, facendo leva sull'odio delle masse contadine nei confronti dei proprietari, identificati sommariamente nei giacobini, era infatti riuscito a impadronirsi rapidamente della regione avanzando poi in Basilicata e nelle Puglie. Successivamente, nell'aprile, le notizie delle sconfitte subite dalle truppe francesi in Lombardia nella guerra contro gli Austriaci costringevano i Francesi a sgomberare le Puglie e poco dopo tutto il regno. I repubblicani dovettero quindi difendersi da soli contro le preponderanti forze del cardinale Ruffo avanzanti su Napoli, che fu investita il 13 giugno. Dopo una disperata resistenza al ponte della Maddalena e poi nei castelli della città, i patrioti scampati alle stragi operate dalle bandh e sanfediste e dai “lazzaroni” insorti ottennero una onorevole capitolazione (19-23 giugno), offerta dal Ruffo ma non accettata da H. Nelson (che aveva appoggiato con forze navali inglesi i Borboni) e dichiarata poi decaduta l'8 luglio dal re, appena giunto a Napoli. Ebbe così inizio l'esecuzione dei patrioti napoletani, giudicati dalle giunte di Stato nominate da Ferdinando IV; più di cento repubblicani furono impiccati o decapitati, e tra questi i più bei nomi dell'intellettualità napoletana (M. Pagano, E. Fonseca Pimentel, I. Ciaia, D. Cirillo, V. Russo) e l'ammiraglio F. Caracciolo contro cui Nelson nutriva particolare astio.

Era la fine della Repubblica Napoletana.

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Per un'altra visione della storia, potete leggere l'opinione in merito di Erri De Luca, nella nostra sezione di Parole su Napoli

 

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