6. Il vicereame Spagnolo (1503-1734)
Nel 1506 il nuovo sovrano Ferdinando il Cattolico venne a visitare Napoli: le concesse numerosi privilegi e vi lasciò come vicerè il conte di Ripacorsa. Il privilegio concesso al popolo dal sovrano fu confermato nel 1517 da Carlo V, ed ulteriormente ampliato nel 1522 dal suo vicerè Carlo di Lannoy, che dette alla "piazza" un ordinamento definitivo.
Ma fu don Pedro Alvarez de Toledo il vicerè che lasciò l'impronta maggiore: a lui Napoli deve il suo risanamento edilizio ed il maggiore ampliamento con l'apertura della magnifica strada che da lui prese nome, nonchè la costruzione di tutti i "quartieri" ad ovest della nuova via. All'inizio del secolo successivo Ferrante di Castro, in attesa di una visita, che non ebbe mai luogo, del re Filippo III, fece costruire dal Fontana la reggia che tuttora ammiriamo. Suo figlio Pietro fece innalzare per l'Università l'edificio degli "Studi", dove ora trova posto il museo archeologico Nazionale.
Anonimo, don Pedro de Toledo
Come vedete, ci occupiamo solo di migliorie e palazzi, chè Napoli aveva ormai perduto ogni ruolo politico: l'autorità dei vicerè spagnoli era quasi assoluta, nonostante l'apparente controllo del parlamento composto dai baroni, dai rappresentanti della capitale e dai deputati delle città demaniali. In realtà l'unico compito del parlamento era votare i "donativi" chiesti dai vicerè, ossia una forte tassazione pro capite che giuridicamente figurava come un dono della città al sovrano. In questo quadro di decadenza e stagnazione Giulio Genuino promosse dei moti popolari d'accordo col vicerè duca di Osasuna, intesi a democratizzare 'amministrazione della città, e ad eliminare la preponderanza della nobiltà: la capitale volle ed ottenne nel parlamento parità di voti con il baronaggio, e poichè le poche città demaniali di fatto delegavano il loro voto per scarsità di fondi, Napoli finì di fatto con il rappresentare l'intero Regno. Ma di parlamenti se ne convocarono solo altri due, ed il compito loro passò ai cinque seggi affidati ai nobili.
E' in tale quadro che si trova la città quando Giulio Genuino promosse la rivolta del 1647, servendosi del popolano Tommaso Aniello, detto Masaniello. E parve raggiungere il suo scopo quando il vicerè giurò i Capitoli a lui impostigli e Napoli rimase in balia della plebe sotto il generalato prima di Masaniello e poi del principe di Massa, ossequiente all'alta sovranità del re di Spagna, e Genuino per circa due mesi fu il vero padrone della città. Poi il movimento popolare, avversato ferocemente dalla nobiltà, deviò il suo corso, volgendosi a guerra contro la monarchia spagnola per giungere alla costituzione di una repubblica indipendente al comando del francese Enrico di Lorena. Alla fine, spossata da tanti disordini, la città accolse con sollievo i restauratori del dominio spagnolo, e non pianse l'esecuzione di Masaniello.
Michelangelo Cerquozzi, la rivolta di Masaniello (1648)
Nel 1656 sulla città si abbattè una tremenda epidemia di peste, che uccise in pochi mesi più di 400.000 abitanti, e che fece sì che la città da allora in poi si trascinasse per tutto il resto del secolo senza eventi significativi, senza influire mai sulle vicende europee, assecondandone gli avvenimenti: fu per effetto quindi della guerra di Polonia del 1734, che divenne re di Napoli Carlo di Borbone, recuperando la città l'importanza di capitale di un regno indipendente.
Domenico Gargiulo (alias Micco Spadaro): La peste a Napoli da piazza Mercato
Si chiude così la fase più triste della storia della città.
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